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Aaa scovatore di finti influencer cercasi

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Aaa scovatore di finti influencer cercasi

Ammettiamolo, nell’immaginario comune fare l’influencer equivale a fare soldi facili, ad essere pagati dalle imprese solo per essere, usare e mostrare prodotti, a fare foto e video tutto il giorno di quello che si fa, o, più comunemente, di quello che si mangia, insomma: fare la bella vita.

Proprio per questo motivo, nell’ultimo anno ne sono nati come funghi, in un piovoso mese di Ottobre, sotto un bosco di querce…

 

Unilever però, la multinazionale anglo-olandese proprietaria di più di 400 marchi in tutto il mondo quest’anno decide di sbalordire tutti e dare un taglio agli investimenti in influencer marketing.

Parliamo di un taglio che investe nomi importanti come Dove, Calvè, Cart d’or, Magnum, Lipton, Sunsilk, Mentadent, Cucciolone, Solero, Svelto, Cif e chi più ne ha più ne metta.

Una decisione come quella presa da Keith Weed quindi, il CMCO del colosso, potrebbe veramente essere in grado di far espandere questa anti-moda e stravolgere questo mercato fatto di foto, profili con tanti k e followers, dando l’ispirazione a molti altri marchi.

Ma cosa si nasconde dietro le spalle di questa grossa e temibile inversione di tendenza? Qual è il motivo che di punto in bianco ha smontato la credibilità di questa forma pubblicitaria?

I fake followers.

Finti profili social creati appositamente per raggiungere cifre esorbitanti di seguaci ed ingannare le aziende, derubandole di prodotti omaggio e magari anche di qualche cifra.

 

Ma come funziona questo mercato degli account sommersi che esistono e non esistono?

Molte persone, col fine di diventare influencer e godere di fama e contratti, hanno cominciato ad acquistare followers, utilizzando siti in grado di creare account social falsi, che vendono like, commenti, ma soprattutto followers.

Il problema di fondo sta nel fatto che i finti seguaci non sono in grado di assorbire i messaggi della pubblicità per cui vengono pagate le finte celebrità, perché non detengono denaro per fare acquisti, non pensano, perché non esistono.

Pagare per farsi sponsorizzare da persone che concretamente non ne hanno la capacità, non possiedono followers in carne ed ossa si concretizza rapidamente in un investimento inutile.

Se i bot, ovvero i finti profili, fossero riconoscibili, il rischio di sprecare risorse sarebbe facilmente azzerabile, ma nella realtà i siti che li generano fanno un lavoro molto accurato e ne creano con un volto e con delle foto nella loro pagina personale. Queste accortezze li rendono difficilmente distinguibili da una persona che magari interagisce poco sul social network e, nonostante Instagram faccia ogni tot tempo delle vere e proprie retate per scovarli e cancellarli, ci sono ancora migliaia di fake in giro.

 

Si apre la caccia ai finti influencer.

Le uniche armi che ci rimangono per verificare la veridicità di un personaggio che vuole definirsi pubblico sono le corrispondenze tra commenti, likes e numero di persone a seguito.

Chiara nazionale, la nostra esportatrice di moda Chiara Ferragni, per esempio, ha migliaia di commenti sotto i suoi post e conta centinaia di migliaia di like.

Chi invece fa uso di trucchetti, questi numeri in fatto di commenti e like di solito non li ottiene.

Ultima ma non meno importante: l’origine degli utenti. Se la maggior parte proviene dall’altra parte del mondo rispetto al paese d’origine della persona, diffidate!

Nascerà forse una nuova figura professionale specializzata nello smascheramento di persone false?

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Dottoressa in Marketing e Comunicazione d'Impresa con un solido background di studi classici alle spalle. Esperta di copywriting strategico, negli anni si è specializzata nel SEO copywriting grazie alla partecipazione a diversi workshop in materia.